Moroder: "L'intelligenza artificiale per la musica sarà un guaio"

Il maestro collabora con Videocittà a Roma e si racconta: "Mi piace la melodia di Sfera Ebbasta".
Moroder: "L'intelligenza artificiale per la musica sarà un guaio"

Non è fantascienza, ma magica realtà: 400.000 stelle/punti luce a illuminare un gigantesco cilindro metallico di oltre 3.000mq di superficie e 75 metri di altezza. Un’icona mondiale della musica elettronica e delle colonne sonore con un duo di artisti tra i più attivi creatori di installazioni digitali. “Nebula”, l’imponente opera artistica site specific firmata dai Quiet Ensemble con le musiche originali di Giorgio Moroder, sarà la protagonista della settima edizione di Videocittà, il festival che indaga le frontiere più avanzate dell’audiovisivo, in programma al Gazometro di Roma dal 5 al 7 luglio. Nella sua carriera Moroder ha collaborato, tra gli altri, con Blondie, David Bowie, Sparks, Britney Spears, Elton John, Daft Punk e Freddie Mercury. Ha vinto tre premi Oscar: uno nel 1979 per la migliore colonna sonora con il film “Fuga di mezzanotte” e altri due per la migliore canzone, nel 1984 per “Flashdance…What a feeling” e nel 1987 per “Take my breath away”, presente nella pellicola “Top Gun”.

Maestro, che cosa lega i suoi inizi a questa nuova avventura?
Ho iniziato la mia vera scalata con Donna Summer, con “I feel love” nel 1977. Quel brano mi cambiò la vita. Poi mi si è aperta davanti la strada della realizzazione delle colonne sonore per i film. Ricordo quando curai quella di “Fuga di mezzanotte”. Ho lavorato in tanti e diversi campi. Sì, mi hanno dato tre Oscar e ultimamente un David di Donatello alla carriera. Ma non ho mai perso il gusto per la sfida: questo, forse, è il filo rosso nel mio percorso. L’ultima volta che sono stato a Roma ho visto il Gazometro e ne sono rimasto affascinato. Mi sono subito immaginato quello spazio avvolto dai laser e dalla musica. Ho realizzato una serie di pezzi, che ho dovuto accorciare per l’installazione e per gli altoparlanti che verranno utilizzati. "Nebula" è anche il titolo del vinile che sarà venduto a Videocittà e che conterrà le musiche nel lato e A e un remix nel lato B. 

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Che cosa le trasmette questa installazione?
Mi sembra che arrivi da un altro Pianeta, sono molto soddisfatto. Mi fa venire in mente il razzo ideato da Elon Musk con cui vuole arrivare a scoprire altri mondi. Anche noi forse lo faremo entrando in questa cattedrale del futuro, e ci riusciremo magari grazie alla musica, che ci permette di viaggiare ovunque. Partiremo con la mente da Roma e arriveremo chissà dove, per poi tornare indietro.

Torniamo a “I feel love”: che cosa ricorda di quel periodo?
Le case discografiche non erano assolutamente convinte di un pezzo come “I feel love”. E neppure io lo ero, ma non dal punto di vista della struttura elettronica, semplicemente non ero convinto che sarebbe piaciuto. Poi le persone hanno iniziato ad ascoltarlo e a ballarlo ovunque. Fu pazzesco. Ricordo Brian Eno a Berlino con David Bowie, gli disse: “David, noi stavamo cercando il suono del futuro, ma possiamo smettere di inseguirlo, lo ha trovato Moroder”. E in effetti quel suono c’è ancora oggi: quando scrollo TikTok mi sembra di sentirlo ovunque.

“I feel love” fu un brano guardato anche con sospetto e paura.
Sì, perché si pensava che l’elettronica avrebbe cancellato le professioni dei musicisti. Il brano andò in cima a tutte le classifiche del mondo. Ma alle macchine, oggi come allora, bisogna dare le note, bisogna dare le idee. Le macchine e i pc rendono tutto più veloce, ma non creano l’idea musicale, quella è frutto della creatività dell’artista.

Dell’intelligenza artificiale invece che cosa pensa?
Che sarà un guaio enorme per la musica. Qualche tempo fa volevo realizzare una colonna sonora per un video da 15minuti. Ho realizzato una minuscola idea musicale da 15secondi e l’ho data in pasto all’IA chiedendo di creare il progetto completo da 15 minuti. Il risultato finale ottenuto in pochissimo? Buono. Ecco, fra un paio di anni sarà eccellente e questo non può non farci riflettere e pensare, facendoci preoccupare.

Si parla sempre dei suoi successi. Una canzone per lei importante che però non funzionò?
Tante canzoni non hanno funzionato. “Cat People (Putting Out Fire)”, scritto con David Bowie per la colonna sonora del film “Il bacio della pantera” del 1982, per esempio, non andò bene. Io, in questo caso, ero convinto che potesse diventare un successo enorme, ma non fu così. Anche lo stesso film non fu promosso adeguatamente. È stata una delusione, mi è dispiaciuto molto.

Ascolta l’attuale musica italiana? Le piace qualche artista?
Seguo molto la scena trap. Mi piace quell’Ebbasta...sì, Sfera Ebbasta. Lo apprezzo perché ha un bel gusto per la melodia, molto italiano. Il suo non è rap all’americana, solo composto da parole serrate. Ci sono dei ritornelli. Ho visto un video su TikTok in cui canta con Elodie e mi è piaciuto. Trap e melodia insieme funzionano ed è un connubio molto “italiano”.

I testi?
Molti non li capisco, ma non importa. Anche quelli di Geolier non li capisco, sono in napoletano, ma il ragazzo è bravissimo. E comunque anche la maggior parte dell’Italia non capisce quello che canta Geolier, ma è comunque ascoltato da milioni di persone.

Chi sono i suoi punti fermi?
Brian Eno e Kraftwerk. Purtroppo non ho visto il loro ultimo show, cercherò, se possibile, di rimediare. Ho avuto anche la possibilità di conoscere Florian dei Kraftwerk, prima che morisse. Sono sempre stati un gruppo geniale.

L’“italian touch” di Moroder esiste o è un’invenzione?
Io sono cresciuto senz’altro ascoltando anche musica italiana, ma sin da ragazzino ho cercato di cibarmi di suoni e melodie del mondo. La mia radio preferita era Radio Lussemburgo che trasmetteva solo hit straniere, me ne sono andato dall’Italia già a 19 anni, ho girato tanto per l’Europa e quando sono arrivato a Los Angeles ovviamente ho ampliato sempre di più le mie conoscenze musicali. Il mio sound è internazionale.

Le sue Dolomiti sono fonte di ispirazione?
Sono legato alle mie radici. Quando torno a casa e sono a Ortisei, nel mio piccolo studio, però, penso ad altro. Amo quei paesaggi, ma no, non entrano nelle mie canzoni.

Il pezzo che più la rappresenta?
“Take my breath away” è il più completo. Sa che forse, ora che ci penso, qui un po’ di influenza italiana c’è? Perché c’è molta melodia.

Il David di Donatello alla carriera lo ha messo vicino agli Oscar?
Sì, per me è il quarto Oscar. E le dirò: la statuetta è molto più bella.

Un ricordo indelebile della sua vita?
Il passaggio da musicista a compositore. È stato un momento centrale. Avevo 15 anni: un mio amico aveva comprato un registratore, eravamo in Val Gardena. Mi chiese di suonare alcuni strumenti per registrare un brano con lui: io suonavo un po’ la chitarra. Chiamammo altri amici che suonavano il basso e la batteria. Incidemmo un album casalingo. Feci il musicista, mettendomi al servizio di altri, fino ai 25 anni. Poi iniziai a comporre. Ricordo che andai a Berlino a trovare una zia e lì scoprii un mondo. Piano piano capii che era arrivato il momento di realizzare e comporre brani tutti miei.

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